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I Pink Floyd visti da un “batterista in erba”

Massimo Piantini on 31 maggio 2018 - 18:54 in Blog, Musica Rock, Reviews, Reviews - Rock

 

 

I Pink Floyd visti da un “batterista in erba”

 

Viaggio di un batterista in erba nella mostra dei 50 anni di attività dei Pink Floyd

 

Di Bruno Fazzini

 

Ludovico, otto anni, da due suona la batteria e i Pink Floyd sono la sua grande passione.

Come non accompagnarlo in questo tempio che racchiude tutto il percorso artistico della più famosa band in circolazione, dagli inizi con Syd Barret  fino a The endless river, ultimo saluto a Richard Wright?

 

La mostra The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains a Roma vista con gli occhi di un piccolo fan.

 

 

 

Proprio il batterista Nick Mason è stato il curatore di una mostra pensata da Storm Thorgerson e Aubrey Powell dell’agenzia Hipgnosis (le più belle copertine dei dischi dei Pink Floyd sono le loro), che al Victoria and Albert Museum ha avuto un successo decretato da 400.000 persone.

Il museo di arte moderna MACRO di Roma ospita la mostra, ed è proprio Nick Mason a ricordare che nel 1968, al Piper, non troppo distante dall’attuale museo, si svolse uno dei primi concerti del gruppo in Italia.

 

 

Ludovico, appena entrato, riceve le cuffie che lo accompagneranno durante il percorso.

Non le toglierà più, rimanendo attento ad ogni informazione fornita sul gruppo.

Date, concerti, formazioni, strumenti, storie, copertine, allestimenti, amicizie, diverbi, psichedelia.

Tutto quello che ha fatto unico un gruppo che, dopo 50 anni, riesce a catturare l’attenzione anche di un ragazzino.

 

 

 

Sarà il linguaggio? L’universalità? L’emozione che inevitabilmente sprigionano i loro brani? Il fascino melodico dallo spessore unico? Il messaggio sociale?  Il sogno? O forse l’idea del viaggio che può percorrere ognuno di noi?

Non lo so, o forse tutto questo insieme; fatto sta che accompagnare un bambino e vederlo concentrato, appassionato e ammirato nel seguire questo percorso musicale, mi ha creato una sorta di…Ritorno al futuro.

 

 

 

 

Il percorso inizia a metà degli anni ’60, con Syd Barret,

naturalmente, che in tre anni, fino al ’68 anno della sua uscita, imprimerà una tale dogmatica rotta musicale che il gruppo seguirà, con alterne vicende, fino all’ultimo album pubblicato.

Un’influenza da cui i tre musicisti, più il nuovo arrivato Gilmour, non si separeranno più.

Per non parlare di quanto, questo visionario morto nel 2006 (un anno dopo il concerto della Reunion Live 8) abbia influenzato, oltre a musicisti del calibro di David Bowie e Brian Eno, anche molti generi successivi come il glam rock, il rock alternativo, l’indie rock e il punk rock

 

 

 

E Ludovico mi chiede: “E questo chi è? Dov’è Gilmour?”

Per lui i Pink Floyd sono quelli che ha visto nel live di Pompei, in quel capolavoro anti Woodstok che, spesso insieme a me, lo tiene incollato al video.

 

 

 

 

Il viaggio finisce con un ascolto di quindici minuti del concerto della Reunion, (No more excuses) Live 8, del 2005 a Londra. La sala ha un’acustica orrenda e l’impianto audio fornisce un risultato sonoro agghiacciante.

Ma per fortuna le immagini compiono il salvataggio. Sono pur sempre i Pink Floyd.

Ottima invece, la scelta tecnico/acustica di dotare ogni visitatore di una discreta cuffia Sennheiser che funzionava a zone, collegandosi automaticamente secondo gli spostamenti dell’utilizzatore.  

 

 

 

 

In quell’ultimo concerto

che sembra aver suggellato un ciclo, tutti insieme suonano come se nulla fosse accaduto, come se il tempo, le vicende commerciali e private non si fossero succedute, accavallate, incastrate nelle menti di Waters e Gilmour.

Come se Waters non avesse fatto altre scelte, non avesse esplorato altre strade. Tutto legittimo, fa parte del gioco.

Ma già dal video di Live at Pompei la sua personalità svettava su quella degli altri.

Meravigliosamente arrogante, coraggiosamente convinto delle sue opinioni.

Anche se in seguito le sue posizioni si sbiadiscono, adagiandosi su proposte musicali più diluite rispetto a quelle dense e concentrate di The Wall del 1979, imponendo il The Final Cut del 1983 come spartiacque tra un prima e un dopo.

 

 

E non saranno insieme ancora per molto. Di li a poco Richard Wright li lascerà. Per sempre.

Dopo i viaggi psichedelici di Syd Barret

si arriva ad Ummagumma, unico nelle sue difficili, folli sperimentazioni. E pensare che, nonostante il successo mondiale, i quattro del gruppo lo considerarono, anche negli anni seguenti, “un orribile esperimento.” 

 

 

In mezzo a questo percorso si fa largo, prepotente, il fascino di quattro capolavori: The Dark Side of the Moon, The Wall, Animals e Wish You Were Here, a criticare e cercare di colpire a morte una società considerata dai quattro, classista, avida e conservatrice.

 

 

Le emozioni sono purissime, uniche, i ricordi scolpiti. Io che racconto e spiego, Ludovico che guarda con occhi spalancati, mentre mixa in cuffia il brano dei Pink Floyd che sta ascoltando.

 

 

Mi strattona, eccitato per mostrarmi le foto. Mi tira da una parte all’altra della sala, mi spinge verso le sale seguenti come se il tempo non gli bastasse per vedere tutto.

 

 

Tanti poster, ma soprattutto tanti strumenti musicali originali.

E per Ludovico, le bacchette di Nick Mason resteranno un sogno da raggiungere (anche se si è già accaparrato quelle che Peter Erskin gli ha firmato).

 

 

Erano esposte le icone della cultura pop come il prisma, la mucca, il maiale rosa, l’insegnante, con i quali i quattro hanno fornito la loro speciale visione del mondo, anche grazie alla collaborazione del creativo surrealista Storm Thorgerson, genio delle copertine.

 

 

E poi quel muro, enorme, oppressivo! Tutto da infrangere, come le pressioni che quel piccoletto di otto anni già sente di volersi strapparsi da dosso, che non vuole sentirsi incollate.

E questo lo manifesta mettendo i piedi un pezzetto oltre la linea di terra, ma con una grande generosità verso chi gli sta vicino.

 

Come Gilmour che,

in più di un video mostrato durante la mostra, con una generosità commovente e che non immaginavo, concede a Waters la paternità di alcune scelte musicali importanti e decisive per il risultato finale.

 

 

Il percorso espositivo ci guida nell’ordine cronologico che ho descritto, con la musica e le voci dei membri passati e presenti dei Pink Floyd, da Syd Barrett a Roger Waters, da Richard Wright a Nick Mason e David Gilmour.

 

 

Due ore sono volate. La mostra ci è piaciuta moltissimo, perché oltre all’evidente cura espositiva, alle attenzioni ai dettagli, alle miriade d’informazioni e curiosità, si percepisce la coraggiosa carica innovativa di quei quattro pionieri della Musica.

 

Un solco indelebile è stato tracciato in quegli anni da quei musicisti visionari.

Inutile girarci intorno: è stata una strada maestra. L’emozione non si misura, non si pesa, non si confronta. L’emozione è!

 

 

Ludovico voleva ricominciare, è andato a chiedere il permesso alla Reception; gli è stato dato l’ok per rientrare con lo stesso biglietto. Io l’ho convinto a rinunciare, si era fatto tardi, corrompendolo con l’acquisto del catalogo della mostra.

 

 

Ludovico è un bambino fortunato. Io non ho avuto la fortuna di cui lui può godere. Se la avessi avuta io, quella fortuna sarei, adesso, un uomo migliore.

Lui sarà certamente migliore di me.

 

 

 

 

La mostra The Pink Floyd Exhibition: Their Mortal Remains a Roma vista con gli occhi di un piccolo fan, è lo spunto per vedere il lavoro di uno dei più grandi gruppi rock della storia, da un punto di vista diverso.

Le emozioni pure e la curiosità di un bambino, ci fanno apprezzare e ricordare le emozioni che noi abbiamo vissuto in prima persona in quel fantastico e irripetibile periodo storico.

Le novità musicali prodotte in quegli anni, non hanno eguali. 

La mia generazione ha avuto la fortuna di vedere nascere ed evolversi delle idee che hanno influenzato il costume e il pensiero di tutti noi, fino ad oggi.

Grazie grandi Pink Floyd.

Massimo Piantini

 

 

 

Video

 

 

 

 

 

 

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